Ogni volta che non ci sentiamo libere, una parte di noi muore. A volte, letteralmente.

by Federica

Quando ero più piccola, mi lusingava la possessività che riuscivo a scatenare nei ragazzi che frequentavo, la confondevo spesso con una sana espressione di “senso di appartenenza” e mi faceva sentire preziosa.

“Bello questo vestito rosso, ti sta da Dio! Ma non mi va che stasera alla festa ti guardino con gli stessi occhi con cui ti guardo io, vatti a cambiare, altrimenti non ti faccio scendere dalla macchina”, queste parole mi facevano sentire il centro dell’universo, per la persona che mi stava accanto, che mai e poi mai avrebbe voluto condividermi con gli altri, neanche con uno sguardo.
“Torni sempre a casa dal lavoro più tardi di me, cerca di fare un po’ prima”, era una richiesta che percepivo come attenta e premurosa, di chi desiderava stare più tempo con me.
“Non mi va di indossare il preservativo, voglio sentirti tutta”, risuonava come ricerca di intimità profonda e totalizzante.

Un retrogusto quasi piacevole nel sentire addosso la pressione “amorevole” di chi, di fatto, invece, stava tarpando le ali alla mia essenza, limitando la mia libertà, manipolando la mia volontà.

Oggi queste frasi mi farebbero orrore, e questo perché sono cresciuta in una famiglia che mi ha insegnato che l’unico compromesso da accettare è quello con se stessi, con le proprie responsabilità e i propri doveri, con i propri obiettivi e i propri sogni.
Con la propria dignità.

Il dibattito sociale sulla violenza di genere è importante, soprattutto perché il confine tra atteggiamenti amorevoli ed atteggiamenti tossici è maledettamente sottile e spesso siamo proprio noi donne ad avere le idee confuse.
Le sensazioni confuse.
Quindi è bene parlarne, portare fuori, confrontarsi, fare rumore.
Denunciare.

A tal proposito, mi ha colpito una delle tantissime testimonianze che avete condiviso con me tramite il box risposte anonime di Instagram, qualche tempo fa: “In quanto donna, la cosa che mi ha fatto stare più male è stata rendermi conto che le donne stesse non sono consapevoli fino in fondo delle discriminazioni che subiscono. Sembra che la violenza sia solo quella fisica o generata da soggetti disturbati”.
E invece non è sempre così semplice riconoscerla.
Non è così banale.
A volte la violenza non è violenta, è silente.
Non urla, sussurra.
Non irrompe, striscia.

“Amico da 10 anni che, mentre dormi, ti mette le mani dove non dovrebbero essere e tu dici no, ma lui non si ferma e tu ti alzi. Sei a casa tua e hai dato una festa di compleanno con amici: contesto safe. Primo pensiero? Colpa mia, bevo troppo”, un’altra delle esperienze che avete condiviso con me.
Il senso di colpa, quasi ancestrale, delle donne, credo sia un tema ricorrente: la società del patriarcato ci ha convinte negli anni che se ti comporti o anche solo ti vesti in un certo modo, sei provocante e, se provochi, te la cerchi. Quindi, se ti capita di subire una molestia, ben ti sta!

“Durante l’infanzia un padre violento, che se a 14 non gli servivo il caffè con il sorriso, mi appendeva al muro…Ne soffrivo all’epoca, ma la cosa più grave è la mancanza di fiducia negli uomini oggi, a 30 anni”. Questa mi ha turbato tantissimo, perché posso solo lontanamente immaginare quanto possa essere doloroso sentirsi lentamente, giorno dopo giorno, privata dell’aspetto più intenso e caldo dell’avere un padre: sentirsi al sicuro per tutta la vita.

Oppure, sul lavoro: “Quando fai le ore di straordinario non pagato e solo perché metti una gonna corta alla festa aziendale i tuoi capi iniziano a salutarti”… “Sembra che la discriminazioni riguardi solo il salario, ma avviene continuamente: “Sei giovane, sei bella”, quando vorresti poterti sentire “solo” in gamba, brava in quello per cui sei pagata.

Poi c’è chi ha la fortuna di non aver nulla da raccontare, ma che, “semplicemente”, non si sente “sicura a girare da sola per strada”.

Una delle citazioni più belle del cinema italiano degli ultimi tempi è certamente quella ripresa da Paola Cortellesi, nel film C’è ancora domani: Stringete le schede come fossero biglietti d’amore.
Una chiamata alla liberazione della donna, liberazione valida, oggi come ieri, che deve diventare libertà e per la quale vale la pena combattere tutti i giorni, tra le mura domestiche, in ufficio, per strada.
Perché la libertà è sempre un diritto, e come tale, deve poter essere inalienabile.

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