“Sai qual è la verità?”
“No.”
“Neanch’io.”
“Quindi, cosa volevi dire?”
“Esattamente questo.”
“Spiegati meglio.”
“Non c’è un senso e va bene così, non trovi?”
“Non ti seguo.”
“Ecco, questa è la verità: non mi segui. Io voglio andare Lontano, ma non so come arrivarci. So solo che credo sia meglio andarci da sol*.”
“Perché?”
“Perché io non ho un vero piano, un percorso definito, lineare. O meglio, ogni giorno prendo un mezzo diverso e provo ad avvicinarmici.”
“Ma avvicinarti a quale meta?”
“Te l’ho detto. Lontano.”
“Lontano è una meta?”
“Hai voglia!”
“Tu dici? Allora cercamelo su Google Maps.”
“Su Google Maps puoi cercare solo quello che conosci già. O quantomeno, che sai come si chiami.”
“Non avevi detto che si chiama Lontano?”
“Lontano è un avverbio, non un nome proprio.”
“Capisco. Anzi, non capisco, ma mi arrendo.”
“Ti arrendi perché sei pigr*, come pensi di potermi seguire?”
“Infatti non ho la minima intenzione di seguirti, vacci da sol*, Lontano. E mandami una cartolina.”
“Da Lontano è tutto più bello.”
“Oh, beh. Allora sarà bellissima anche la cartolina. Anzi, mandami la posizione. Su Google Maps. Quando avrai capito dove sei, intendo. Quando l’avverbio sarà diventato un nome proprio, quando avrai raggiunto la tua misteriosissima meta.”
“Quando Lontano sarà stato sostituito da un nome proprio, sarà già diventato Vicino ed allora non sarò più lì. Sarò già altrove, verso un’altra, misteriosissima meta. Sai qual è la verità? Che non mi segui.”
